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di Christine Russo)
L’omicidio di Youssef Abanoub, 18 anni, di origine egiziana, avvenuta venerdΓ¬ 16 gennaio per mano di Atif Zouhair, marocchino diciannovenne nell’Istituto Tecnico Einaudi-Chiodo di La Spezia ha acceso un faro sul tema della violenza giovanile, diventata una vera e propria emergenza.
Ma questa volta il fatto Γ¨ accaduto in una scuola, istituzione che dovrebbe garantire quanto meno l’incolumitΓ , se non l’istruzione e la crescita dei nostri figli.
Ancora una volta si tratta di un’ aggressione per futili motivi, ancora una volta siamo qui a parlare di una tragedia annunciata in quanto il ragazzo, autore del gesto, era solito recarsi a scuola armato di coltello. Ma, come da copione, nΓ© la famiglia nΓ© la scuola sapevano nulla, almeno Γ¨ quello che dicono ora.
Anzi la dirigenza si Γ¨ affrettata a definire l’Istituto Tecnico Einaudi una scuola multietnica, esempio di integrazione e tolleranza, definendo lo stesso Atif studente modello con voti sopra la media, come se l’integritΓ e la moralitΓ di un giovane dipendesse dai suoi voti.
Peccato perΓ² che gli studenti abbiano dichiarato agli inquirenti che nel corso di una lezione, alla domanda dell’insegnante a ciascun alunno su quale fosse il loro sogno nel cassetto, Atif avesse risposto che il suo sogno era sentire cosa si prova ad uccidere qualcuno.
Ma l’insegnante di turno ha pensato bene di lasciar correre, di non intercettare un segnale chiaro, forte e preciso e di far finta di non vedere di avere di fronte un ragazzo problematico che, indubbiamente, andava segnalato e aiutato da chi di dovere. E un adulto che ricopre una funzione educativa, per lo piΓΉ in una scuola, che non Γ¨ in grado di cogliere segnali gravi e inequivocabili, semplicemente non puΓ² fare l’educatore.
Il motivo del gesto omicida Γ¨ agghiacciante, la pubblicazione da parte di Abanoub di alcune foto con la fidanzata dell’assassino da piccoli, in quanto amici di infanzia. Quello che emerge Γ¨ il quadro di un amore tossico, malato, concepito come possesso o diritto di proprietΓ sull’altra persona.
La ragazza, oggetto del contendere, che ora si difende sui social dicendo di avere tentato di evitare il litigio fra i due sfociato poi in tragedia, non si chiede perΓ² perchΓ© non abbia lei stessa segnalato questo ragazzo violento che girava armato e soprattutto perchΓ© non si sia amata abbastanza, da rifiutare di stare in una relazione del genere, dove di amore c’era ben poco.
CiΓ² che trapela dalle indagini Γ¨ che Atif abbia preventivamente comprato quel coltello e si sia recato a scuola col chiaro intento di intimorire e poi uccidere, quasi a voler sfidare quel luogo ovvero l’autoritΓ scolastica e il rispetto delle regole che essa comporta.
Dietro comportamenti di questo tipo ci sono giovani molto fragili e incapaci di autocontrollo, pieni di rabbia e frustrazione, che sfogano verso chi osa sfidarli, seppure inconsapevolmente.
Si tratta di ragazzi soli, spesso inascoltati, incapaci di decodificare le proprie emozioni. Gli esperti parlano di un drastico abbassamento della risonanza emotiva , cioè della capacità di entrare in empatia con gli altri e di prevedere le conseguenze delle proprie azioni.
Ma ci sono anche famiglie assenti, spesso a loro volta violente, e c’Γ¨ soprattutto la fruizione continua e ininterrotta di scene di violenza che provengono dalla rete. I social media infatti hanno sdoganato la violenza a un fatto normale e spettacolarizzano continuamente la morte come un evento qualsiasi, deprivandolo del suo significato piΓΉ profondo, di termine dell’esistenza umana.
Non solo, fino a qualche anno fa i bulli cercavano consensi in una piΓΉ o meno ristretta cerchia di seguaci, ora invece hanno nelle mani un potente strumento, il telefono, che permette loro di postare e ottenere visibilitΓ e riconoscimenti con un semplice click. PerchΓ© in queste menti distorte la violenza Γ¨ un esercizio di potere col quale dominare e ottenere il “rispetto” altrui.
Tentare di fermare i contenuti violenti che scorrono a valanga sugli schermi dei nostri figli Γ¨ come voler arginare il mare con i secchi, Γ¨ impossibile! E a nulla valgono divieti e filtri, abilmente aggirati, perchΓ© ciΓ² che manca Γ¨ una legge che vieti “realmente” l’uso dei social prima di una certa etΓ .
Ma davvero i nostri figli devono essere controllati da un metal detector prima di entrare a scuola?
PerchΓ© nelle scuole non viene inserita un’ equipe di psicologi appositamente formati sulle problematiche giovanili? PerchΓ© non si utilizzano le ore di educazione civica o di religione per ascoltare i ragazzi ed eventualmente segnalare situazioni di rischio?PerchΓ© le famiglie hanno smesso di ascoltare, di dire dei no, di porre divieti e sopperiscono con regali materiali al vuoto educativo, laddove non vogliono prendersi il rischio di educare?
Parliamo spesso dei giovani di oggi come di una generazione problematica e violenta, ma i nostri ragazzi sono figli di questi tempi e non hanno scelto loro in che epoca venire al mondo. Che ci piaccia o no spetta a noi adulti insegnarli a stare al mondo, in questo mondo!
