Avvocato barese, racconto choc su Facebook: dal Covid alla rianimazione, salvo grazie a Gesù e al personale sanitario

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La testimonianza di un avvocato barese: il racconto dell’ultimo sms ai cari prima della terapia intensiva, quella settimana nel reparto dove “ogni giorno muore qualcuno”, gli sforzi e “i turni impossibili” del personale, la gioia delle dimissioni e il grazie a chi l’ha salvato. Il racconto dell’avvocato, scritto sul profilo personale di Facebook, è riportato su Bari Today.

Antonio Pinto, avvocato barese, presidente di Confconsumatori Puglia, affida a Fb il racconto della sua battaglia contro il virus: dal ricovero al Policlinico al messaggio inviato alla famiglia prima di entrare in terapia intensiva, ai quei sette giorni in cui, tra i pochi pazienti svegli e coscienti, ha visto il personale “fare turni impossibili e salvare un paziente anche dieci volte al giorno”, quegli stessi medici e infermieri che sono i suoi “salvatori”.

E’ il 12 marzo quando le condizioni di Antonio, già ricoverato al Policlinico da qualche giorno, peggiorano. Scrive il messaggio alla sua famiglia, quello che pensa essere l’ultimo: “Allora poiché sembro peggiorato, mi stanno per fare una rx ai polmoni. All’esito decideranno se portarmi in terapia intensiva. Non abbiate in ogni caso nessun timore. Io ho vissuto una vita stupenda e meravigliosa. La vita mi ha dato tutto”. 

E’ così che comincia il suo racconto: “Ho visto i medici, gli infermieri e i sanitari della rianimazione: uomini e donne eccezionali che salvano ogni giorno vite e si buttano a capofitto su tutti. È una cazzata diffamatoria che “scelgono”. Ancora adesso li ricordo nel gesto tipico di star chinati sui pazienti di qualsiasi età, anche per ore, a fare quello che serve in quel momento, su pazienti incoscienti che non lo sapranno mai che in quelle ore sono stati salvati perché quel medico o infermiere ha fatto la cosa giusta al momento giusto.

Li ho visti fare turni umanamente impossibili, ogni paziente lo salvano anche 10 volte al giorno. Tolgono liquidi, aspirano i grumi, mettono sondini, intubano, estubano, mettono caschi per ossigeno, regolano e aggiustano le macchine e ci monitorano ogni momento, ma proprio ogni momento. Sono (minimo) due infermieri su 4 pazienti, oltre ai medici. Solo che sono a pezzi. Non riesco a capire come possano resistere. Mi hanno sempre spiegato tutto”. 

Solo io – prosegue – solo in 7 giorni ho ricevuto oltre mille gesti di affetto (ma mille di numero vero, non a chiacchiere). Mi tagliavano a pezzettini il cibo per farmi deglutire senza strozzarmi. Mi coprivano, mi accarezzavano e basta quando sapevano che stavo proprio stremato. Mi facevano vedere la foto dei miei e dicevano “dai che ce la fai a tornare da loro”. Mi hanno fatto decine di esami ogni giorno”. “Ogni giorno – dice ancora – lì dentro muore qualcuno, ma vi dico che muore con dignità da uomo e donna, solo grazie a loro“. “Quando me ne sono andato – ricorda – i presenti hanno fatto capannello e mi davano il 5 mentre ero sulla barella e ovviamente piangevo”. 

E il suo racconto si conclude proprio con il ‘grazie’ a quegli “uomini e donne che fanno onore al genere umano”, che “si muovono continuamente in un silenzio spettrale”. I nomi dei miei salvatori sono Antonio Civita, Sestilio De Letteris, Lidia Dalfino, Salvatore Grasso e tutti, ma proprio tutti, gli uomini e donne delle loro squadra eccezionale (mi scuso per non dire i nomi che però io ricordo insieme ai loro occhi)”.

“Adesso sono giusto un po’ a pezzi (solo fisicamente), non riesco a parlare per più di 5 minuti, e rimarrò ricoverato in reparto normale. Il peggio è però ampiamente alle spalle. Gesù e i sanitari tutti della rianimazione mi hanno regalato un “secondo tempo” della mia vita. Io posso solo cercare di usarlo bene e meglio del primo”.